Rinunce e transazioni

La rinuncia è la manifestazione unilaterale di volontà, portata a conoscenza dell'altra parte, con la quale un soggetto dismette un diritto certo, determinato o determinabile. La transazione è il risultato di un accordo col quale le parti, facendosi reciproche concessioni, pongono fine ad un contenzioso già insorta o prevengono una lite che stia per sorgere tra loro. 
 
A chi si rivolge
Lavoratori e datori di lavoro che vedono lesi i loro diritti. 

Contenuti e procedure
Posto quanto detto sopra per definire cos'è una rinunzia, occorre precisare che la giurisprudenza ha ribadito che, perché si possa avere una rinuncia è necessario che il lavoratore:

  • abbia la consapevolezza e rappresentazione dei diritti di sua spettanza;
  • intenda volontariamente privarsi, in tutto o in parte, della realizzazione delle sue ragioni creditorie - specificamente determinate o almeno obiettivamente determinabili - a vantaggio del proprio datore di lavoro.
Sono pertanto ammissibili rinunce che riguardano mere aspettative piuttosto che diritti acquisiti (ad es. l'aspettativa di una progressione verticale) e i diritti non inderogabili, bensì pienamente disponibili da parte del lavoratore, ad esempio il diritto alla prosecuzione del rapporto di lavoro.

La transazione, a differenza della rinunzia:
  • presuppone l'incertezza in ordine alla spettanza o meno dei diritti oggetto della transazione (c.d. "res litigiosa"); 
  • costituisce un atto bilaterale (contratto); 
  • comporta la previsione di "reciproche concessioni" tra le parti.  
La volontà del lavoratore di rinunciare o transigere ad un proprio diritto deve risultare espressamente da una dichiarazione o dal suo comportamento concludente.  Ne consegue che la suddetta volontà non può essere di per se' desunta dal mero silenzio o dall'inerzia del prestatore di lavoro. L'affermazione di fatti a se' sfavorevoli da parte del lavoratore, non costituendo un atto dispositivo di un diritto, non è soggetta alla disciplina delle rinunce e delle transazioni.
 
Secondo la giurisprudenza, la "quietanza" che attesta la riscossione di somme determinate e la liberazione del datore di lavoro da ogni ulteriore adempimento degli obblighi su lui gravanti, non costituisce - di regola - una "rinuncia" in senso tecnico, rappresentando solo la manifestazione dell'opinione del lavoratore sulla congruità delle somme percepite. Conseguentemente il prestatore di lavoro che abbia sottoscritto una semplice quietanza a saldo non è tenuto ad impugnare la "quietanza" stessa entro il termine di decadenza di cui all'art. 2113 cod. civ. (sei mesi) ma può senz'altro proporre azione giudiziaria per il soddisfacimento dei crediti che ritenga non estinti ovvero per la rivendicazione di altri diritti entro il normale termine prescrizionale.
Ciò, ovviamente, a meno che il lavoratore, nel rilasciare la "quietanza a saldo" non abbia anche manifestato la consapevolezza dell'ammontare dei suoi diritti e la volontà di dismetterli.

A norma dell'art. 2113 cod. civ., le rinunce e transazioni che hanno per oggetto diritti del prestatore di lavoro derivanti da disposizioni inderogabili di legge o  da contratti collettivi (ad es. diritto al versamento dei contributi assicurativi o diritto ad una retribuzione non inferiore al minimo contrattuale di categoria) sono invalide a meno che siano intervenute in una conciliazione raggiunta in sede giudiziale, presso la Direzione provinciale del lavoro o in sede sindacale.
Sono altresì invalide, in base alle norme di diritto comune, le rinunce o transazioni inficiate da una delle cause di nullità indicate dall'art. 1418 cod. civ. o da una causa di annullabilità del contratto quali l'incapacità, l'errore, la violenza ed il dolo (artt. 1425 e 1427 cod. civ.). 
 
Le rinunce e transazioni invalide ai sensi dell'art. 2113 cod. civ. devono essere impugnate dal lavoratore con qualunque atto scritto, anche stragiudiziale, entro il termine di decadenza di sei mesi, decorrente:
  • dalla data della rinuncia o transazione, se questa è intervenuta dopo la cessazione del rapporto di lavoro;
  • dalla data di cessazione del rapporto di lavoro, se la rinuncia o la transazione è stata posta in essere durante lo svolgimento del rapporto.
  • Decorso l'indicato termine, gli atti dispositivi  diventano inoppugnabili. E' bene tuttavia tenere presente che l'inoppugnabilità in oggetto non è rilevabile d'ufficio dal giudice, ma potrà essere dichiarata solo qualora il datore di lavoro chiamato in giudizio sollevi la relativa eccezione.

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