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Impugnazione del licenziamento

L'impugnazione del licenziamento è regolato dall' articolo 6 della Legge n. 604 del 15 luglio 1966. Nuove disposizioni sono intervenute a seguito del Collegato lavoro approvato ad ottobre 2010.


A chi si rivolge
Ai lavoratori ai quali pervenga la comunicazione del licenziamento con atto scritto da parte del datore di lavoro.


Contenuti e procedure


L'art. 6 della legge n. 604/1966 sancisce che il licenziamento deve essere impugnato a pena di decadenza mediante un atto scritto, anche extragiudiziale (es. lettera), idoneo a rendere nota la volontà del lavoratore, anche attraverso l'intervento dell'organizzazione sindacale.
L'impugnazione deve pervenire al datore di lavoro entro 60 giorni dalla ricezione da parte del lavoratore della comunicazione in forma scritta del licenziamento stesso o dei motivi. Se il datore di lavoro è una società essa deve essere effettuata presso la sede legale o effettiva e non presso una articolazione secondaria della stessa.

Il collegato lavoro ha integrato questa norma prevedendo che l'impugnazione è inefficace qualora non sia seguita dal deposito, entro il successivo termine di 270 giorni, del ricorso nella cancelleria del tribunale o dalla comunicazione alla controparte della richiesta di conciliazione o arbitrato. L'art. 32 del collegato lavoro prevede anche la possibilità di produrre nuovi documenti dopo il deposito del ricorso.

Prevede inoltre che laddove la conciliazione o l'arbitrato  siano rifiutati o non sia stato raggiunto l'accordo, il ricorso al giudice deve essere depositato entro 60 giorni dal rifiuto o mancato accordo.

Si precisa che il collegato lavoro evidenzia che le suddette disposizioni si applicano a tutti i casi di invalidità del licenziamento ma anche ad altre situazioni quali:

- qualificazione del rapporto di lavoro e invalidità del termine del contratto;

- recesso del committente nei caso di cococo anche nella modalità a progetto;

- trasferimento del lavoratore;

- cessione del contratto di lavoro;

- costituzione o accertamento del rapporto di lavoro in capo ad un soggetto diverso da quello del contratto.


La materia è certamente controversa ed ha visto innumerevoli interventi della giurisprudenza. Di seguito alcuni aspetti emersi.


Secondo la giurisprudenza

L'impugnazione può essere proposta anche prima della comunicazione dei motivi. in caso di licenziamento intimato oralmente - e quindi senza l'osservanza della forma scritta - il lavoratore non ha l'onere di impugnare il licenziamento entro il termine di decadenza di 60 giorni previsto dalla L. n. 604/1966, bensì deve soltanto osservare i termini prescrizionali stabiliti, in via generale, dal codice civile;
l'impugnazione del licenziamento disciplinare nullo per violazione dell'art. 7 della legge n. 300/1970 non è sottoposta al termine di decadenza in oggetto;
il licenziamento può essere impugnato anche da una persona diversa dal lavoratore - ad esempio lettera di impugnazione sottoscritta da un avvocato o procuratore legale - se quest'ultimo risulta essere munito di specifica procura scritta rilasciata prima della sottoscrizione dell'atto di impugnazione.   
Secondo un orientamento accolto dalla Corte di cassazione la decadenza dall'impugnazione del licenziamento non preclude al lavoratore l'azione risarcitoria ordinaria.

Il lavoratore può rinunciare all'impugnazione del licenziamento o revocare l'impugnazione già proposta anche mediante comportamenti concludenti quali l'accettazione del t.f.r. accompagnata dalla mancata comparizione del lavoratore alla riunione del collegio di conciliazione, o il decorso di diversi anni tra il licenziamento e la presentazione del ricorso giudiziario. L'accettazione del licenziamento da parte del lavoratore non comporta di per sé la rinuncia agli effetti giuridici scaturenti dal licenziamento stesso ed ai relativi diritti, tra cui quello della sospensione e prolungamento del termine di preavviso in caso di sopraggiunta malattia del lavoratore stesso.


A norma dell'art. 410 cod. proc. civ. chi intende proporre in giudizio una domanda relativa ai rapporti di lavoro e non ritiene di avvalersi delle procedure di conciliazione previste dai contratti e accordi collettivi deve promuovere, anche tramite l'Associazione sindacale alla quale aderisce o conferisca mandato, il tentativo di conciliazione presso la Commissione di conciliazione nella cui circoscrizione si trova l'azienda o la dipendenza alla quale il lavoratore è addetto o era addetto al momento dell'estinzione del rapporto.
L'espletamento del tentativo di conciliazione in parola costituisce condizione di procedibilità della domanda (art. 412 bis cod. proc. civ.).

L'art. 5, comma 1, L. n. 108/1990 già prevedeva che, nel caso trovi applicazione la tutela obbligatoria in luogo di quella reale, la domanda in giudizio per ottenere la riassunzione o il risarcimento del danno ex art. 2, L. n. 108/1990, non può essere proposta se non è preceduta dalla richiesta di conciliazione avanzata secondo le procedure previste dai contratti e accordi collettivi di lavoro, ovvero davanti alle apposite commissioni.
Cioè a dire che il tentativo obbligatorio di conciliazione può essere indifferentemente promosso dal lavoratore - anche tramite un'associazione sindacale - sia davanti agli organi appositamente istituiti dalle contrapposte parti sociali che davanti alle Commissioni provinciali di conciliazione costituite presso la Direzione provinciale del lavoro.
L'inosservanza dell'obbligo di espletamento della procedura obbligatoria di richiesta di conciliazione comporta l'improcedibilità della domanda di riassunzione ex art. 2, L. n. 108/1990.
La predetta normativa, pur non essendo stata esplicitamente abrogata dal D.Lgs. n. 80/1998 che ha generalizzato il tentativo obbligatorio di conciliazione modificando l'art. 410, cod. proc. civ., è parzialmente difforme da quella di nuova introduzione.

L'art. 5 citato stabilisce poi al comma 6 che ove il tentativo di conciliazione fallisca, ciascuna delle parti entro il termine di 20 giorni può promuovere, anche attraverso l'associazione sindacale a cui è iscritta o conferisca mandato, il deferimento della controversia al collegio di arbitrato previsto dal c.c.n.l. applicabile o, in mancanza, ad un collegio composto da un rappresentante scelto da ciascuna parte e da un Presidente scelto di comune accordo o, in difetto, dal direttore della Direzione provinciale del lavoro. Il collegio si pronuncia entro 30 giorni e la sua decisione acquista efficacia di titolo esecutivo osservate le disposizioni dell'art. 411 cod. proc. civ.

 

 


 

Principali riferimenti normativi  

 

Modelli